Michelangelo Antonioni

Cosa sta accadendo al cinema? Piange.


Cosa sta accadendo al cinema? Piange.


Titolo: Hooligans
Regia: Lexi Alexander
Interpreti: Elijah Wood, Claire Forlani, Charlie Hunnam, Leo Gregari
Data: 2005
Violenza, violenza e ancora violenza. Gli “hooligans” in Inghilterra sono gli “ultras” italiani, e sembra piuttosto difficile immaginarsi il piccolo e tenero Elijah Wood trasformato in uno scaricatore di violenza. Eppure sembra che dobbiamo ancora aspettarci molto da lui, che in questo film sembra calzare a pennello nel ruolo di Matt, un americano che chiama il football “soccer” e che viene cacciato fuori dal college per essersi addossato la colpa del compagno cocainomane. Il ragazzo, così, trasferitosi a Londra dalla sorella (Claire Forlani), fa presto amicizia con Pete (Charlie Hunnam) fratello del cognato e capo della GSE, ovvero della “green street elite”, che frequenta e ne diventa patito membro. Come in tutte le storie che si rispettino, in questa, Matt ha a che fare con una vendetta in sospeso, una vita intrisa di rabbia, un branco, un amico, un traditore, un’”ultima battaglia”, una risoluzione e un lieto fine, che però sembra a tratti disprezzare e a tratti elogiare questa violenza di cui il film tanto descrive. Incolpo la regista per un solo motivo: questi scontri, queste scazzottate, quasi non hanno sentimento: sono mosse da una rabbia, da un’aggressività propria dell’uomo nel suo lato più selvaggio. Ma non umana.






Titolo: The eternal sunshine of the spotless mind – Se mi lasci ti cancello
Regia: Michel Gondry
Data: 2004
Interpreti: Jim Carrey, Kate Winslet, Elijah Wood, Kirsten Dunst, Mark Ruffalo, Tom Wilkinson

Joel Barish (Jim Carrey), s’innamora. Ed è proprio questo il punto! S’innamora! Ma la genialità del film sta nel fatto che la donna sua amante (Kate Winslet), una volta lasciato lui, lo cancella per sempre dalla sua memoria. Subito Joel ricorre ai ripari e fa uso della strana invenzione del dottor Howard Mierzwiak (Tom Wilkinson), e nella stanza in cui gli fanno il lavaggio del cervello, tre addetti al caso (Mark Ruffalo, Kirsten Dunst, Elijah Wood) fanno baldoria e si confessano l’un l’altro scoprendo e strani casi equivoci del destino che li avvicendano – compreso Joel - tra di loro. Intanto il paziente ripercorre i suoi ricordi passati con la propria amata, una corsa mano nella mano per nasconderla nella memoria cercando più volte di ostacolare l’operazione, ma oramai è fatta. Da un regista di video musicali, nasce uno dei più bei film romantici, decorato da ottime interpretazioni (Jim Carrey, primo fra tutti, in un ruolo drammatico e complicato esprime tutta la sua bravura), con un susseguirsi di scene dolci e significative, con un finale fiducioso sebbene un po’ cupo. Bello, bello, bello. Aggiungo: titolo italiano davvero ridicolo.













Titolo: Prick up your ears – L’importanza di essere Joe
Regia: Stephen Frears
Data: 1987
Interpreti: Gary Oldman, Alfred Molina, Vanessa Redgrave

Film audace, scelta coraggiosa, cast perfetto, regia brillante. Sembrerebbe che non ci sia nient’altro da dire, ma poiché è il primo film che posto, mi pare giusto allungare un po’ il brodo. Joe Orton (Gary Oldman) vuole fare l’attore, ma la madre non vuole, ma è omosessuale, ma non ha talento (così sembra inizialmente), ma è spregiudicato, ma è libero, ma è… un’artista. Convivendo con Kenneth Halliwell (Alfred Molina), incontrato nella scuola di teatro, impara davvero a scrivere e diventa un commediografo. La sua prima commedia non piace, ma “ne farà una migliore” ed avrà successo. Il suo coinquilino, frustrato dalla buona fortuna dell’allievo-compagno, impazzirà per disperazione. In un’Inghilterra conformista e contro ogni tipo di trasgressione, ma comunque rassegnata al progresso e all’evoluzione dell’essere umano, dove la scena era ancora dei Beatles, irrompe questo personaggio, questo perverso e bugiardo commediografo, che diverte e affascina, imbarazza e soggioga. Un Alfred Molina da dieci, un Gary Oldman alle prese con uno dei suoi primi film – e a furia di lodarlo, sto dimenticando la sua parte umana – , un Frears ancora lontano quattordici anni da “Alta Fedeltà” e diciannove da “The Queen”, firma quello che reputo quasi un capolavoro. Sarò di parte? Sì. E lo ammetto. Ma è da vedere.





