Vite perdute. Per fortuna!

Due ore di film diretto male e recitato peggio. (E poi capisci perché è difficile da trovare.)
Così potrei definire la mia visione di ieri. Ma sarebbe troppo facile.
Vite perdute. Più che le vite, sono gli spettatori che si perdono vedendo questa proiezione. Un film che parla di Sicilia, ma che della Sicilia non ha nemmeno il profumo di arance o almeno di arancini.
La trama è davvero ingarbugliata, sempre che si possa parlare di trama.
Inizia con una passione amorosa, finisce con una tragedia. Tra lotte per la sopravvivenza, sotterfugi per combattere la povertà, bustarelle, favorucci e potenti “benefattori” si srotola una vicenda dai risvolti tragicomici (credo non voluti, per altro). La banda di quartiere è numerosa e dispe/arata, c’è un commissario troppo scrupoloso che fa troppo bene il suo mestiere, un politico maniaco e qualche picciotto traditore. In casa (e all’esterno) si consumano solamente drammi: alla fine della pellicola se l’attore non è morto, per lo meno è in carcere o a prostituirsi da qualche parte. I personaggi sono ben congeniati e pensati ma mancano di espressività, alcune scene sono davvero guardabili (come “l’ultima cena” in cui Gennaro taglia il salame e lo passa ai “suoi discepoli”, criticata per altro da molti) ma sinceramente non si capisce niente.
Alla fine ti rimane in mente sono la battuta (squallida, maschilista e banale): “Avevo sentito che la donna è debole, ma un suo pelo tira più di due elefanti”.
Com’è bella la Sicilia per il regista Giorgio Castellani (alias: Giuseppe Greco, figlio di un famoso boss)!
Gli agrumeti, le belle donne formose, la vita spensierata dove sono finiti?
Voto: non pervenuto.
Se volete saperne di più:






